Google ed il monopolio della pubblicità: la World Association of Newspaper si ribella

Google ed il monopolio della pubblicità: la World Association of Newspaper si ribella

Google comincia a fare realmente paura. Chi teme l’avanzata di Google non sono i concorrenti digitali che tutti conosciamo, ma un media che sta lentamente sparendo (alcuni dicono che nel futuro tutti saremo giornalisti e che scriveremo di cose vicino a noi, senza più bisogno quindi di un giornale che intermedi le notizie).


I giornali accusano il colosso di Mountain View di creare un monopolio per quanto riguarda la pubblicità e costringendo il mondo della stampa cartacea a creare un piccolo mercato.
L’associazione degli editori è in fermento (la World Association of Newspaper che rappresenta 18 mila giornali nel mondo), e la causa è l’accordo tra Big G e Yahoo che permetterebbe a questa ultima di incrementare i propri profitti ma a google di avere tra l’80 ed il 90% della pubblicità online made in USA.
 
Gli editori quindi hanno inviato una lettera di accusa sia all’antitrust europeo che a quello statunitense perché ci vedano chiaro sulla vicenda e facciano partire tutte le verifiche del caso per evitare che questo monopolio strangoli ancora di più i giornali (online anche perché la carta secondo molti sta per sparire). In realtà sarebbe sempre più difficile per i giornali riuscire a trovare commesse pubblicitarie, questo perché nessuno troverebbe più sensato mettere una pubblicità online sul “New York Times”, quando per arrivare a quella notizia ad esempio, si è passati da Google.
 
Nel caso di un mercato “sotto controllo”, sarebbe un problema riuscire ad acquistare la pubblicità su un motore di ricerca, anche perché chi controlla il mercato, chi ha il monopolio, può decidere i prezzi e cambiare a suo piacimento le regole del gioco.
 
Se da un lato questo predominio fa piacere al mercato dei media e di chi offre servizi come la multimedialità o comunque società che non vivono direttamente grazie alla visibilità che google offre loro, capita, come a Dan Savane, che il cambio delle regole, o forse il voler spingere verso altre aziende, nel giro di qualche giorno costringano al fallimento e quindi a ricorrere all’antitrust per avere ragione.

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Lunedì, 22 Settembre 2008 da Michelangelo Pisu in Google, Internet e Reti

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